IL LUNGO VIAGGIO DELLA MELA PRUSSIANA nel XIX SECOLO.

Giacomo e Giuseppe salivano faticosamente lungo il sentiero che dal Col Bel porta a Faller, erano sudati malgrado la temperatura fosse autunnale. Novembre era già vecchio e volgeva alla fine. Erano arrivati a Primolano poche ore prima con il treno, avevano pesanti valige e zaini stracolmi dai quali spuntavano ben protette, delle piantine che solo un occhio esperto poteva capire di che pianta si trattasse.
Il viaggio era stato duro ed anche se loro non erano poi vecchi, a cinquant’anni non si può definirsi tali, erano però provati dalle fatiche quotidiane, dalle dodici o quindici ore di lavoro giornaliere. Loro non lo sapevano ma la vita media nel 1899 era suppergiù di cinquant’anni.
Usciti dalla stazione, ai piedi della scala di Primolano avevano visto fermo, un carro attaccato al vecchio cavallo di Torondon. Torondon stava caricando sul carro un paio di barilotti di arringhe affumicate, qualche sacco di baccalà ed altre mercanzie per i negozi di generi alimentari e drogherie di Fonzaso ed Arsiè.
Giacomo disse: - Che fortuna trovare questo passaggio fino a Fonzaso, ci voleva proprio, così faremo solo a piedi l’ultimo tratto da Fonzaso a Faller.-
- Dici poco, - rispose Giuseppe, - abbiamo poi pochi chilometri per Faller, però, non sono nulla se penso che arriveremo a casa nostra, finalmente, non vedo l’ora.
Torondon, (era il soprannome, infatti di cognome faceva Borra), fu molto contento di trovare compagnia per il viaggio, si sarebbe fermato, pensò, a bere un “goto” a Fastro e perché no, anche ad Arsiè, va da sé che avrebbero pagato loro.
Loro, avevano inteso il messaggio solo guardandolo, d’altronde era consuetudine, visto che non avrebbero pagato il trasporto.
Si avviarono al rumore degli zoccoli per l’erta salita. Il carico non era pesante ma in particolare i tornanti erano faticosi per il cavallo così, sgravati dal peso delle valige e degli zaini, gli uomini fecero tutta la scala di Primolano a piedi. A Fastro risalirono sul carro, ma fatta poca strada ridiscesero tutti davanti all’osteria, il cavallo s’era fermato da solo
Il cavallo ebbe la sua coperta sulla groppa e loro tre, con l’acquolina in bocca, facevano fatica a parlare finché non ebbero bevuto il primo sorso. Pagò Giacomo la prima tornata, la successiva toccò a Giuseppe.
I visi si distesero e presero colore e calore.
- Andiamo,- disse Borra,- voglio consegnare e scaricare tutto prima che chiudano i negozi e poi, voi avete una bella camminata da fare-.
- Non ci fermeranno certamente quei pochi chilometri, - saltò fuori Giacomo e come di rimando Giuseppe aggiunse: -Sono quattro giorni che siamo in viaggio, peggio che lavorare, ne abbiamo fatta di strada, anche a piedi, ogni tanto il treno bisognava andarlo a riprendere percorrendo lunghe distanze in landò e magari a piedi, dicevano i ferrovieri che presto scaveranno delle gallerie sotto le montagne per farlo passare, a me sembra impossibile, loro però hanno assicurato che ce n’è già una di galleria fra l’Italia e la Francia, il Frejus, ed è lunga 14 chilometri, mah sarà poi vero?-
Torondon o meglio Borra che non era mai stato oltre Feltre e Primolano era meravigliato e quasi incredulo a quel racconto, il vino poi faceva il suo effetto e scioglieva la lingua anche a lui, abituato ai lunghi silenzi durante i suoi viaggi solitari. Per parlare, quando era solo, parlava, ma con Nane, il cavallo. Gente che venisse da così lontano non ce n’era tanta e lui tornava bambino, al tempo delle favole, al sentire le storie che questi emigranti raccontavano.
- Mi potete dire da che paese venite?- Chiese il Borra.
-Veniamo dalla Prussia,- dissero quasi contemporaneamente Giuseppe e Giovanni,- non sappiamo neppure noi se dobbiamo dire ancora Prussia o Impero Germanico, solo da circa trent’anni Guglielmo I° è imperatore. Ma a noi queste cose poco interessano, siamo la per lavorare e risparmiare.-
-Abbiamo lavorato nelle gallerie di carbone, ora siamo occupati nella costruzione di ferrovie, scaviamo, posiamo le traversine e le rotaie, costruiamo ponti.- Così disse Giovanni. Completò il discorso Giuseppe:- Lavoriamo pure in una fattoria dove abbiamo una stanza in affitto, quei contadini ci vogliono bene, la domenica e nelle ore libere durante la settimana, diamo loro una mano nei campi e nelle stalle, per noi quei lavori sono riposanti perché ci ricordano casa nostra.- Borra ascoltava silenzioso. Aveva lasciato le redini sciolte, il cavallo sapeva perfettamente la strada da fare, giunto a Fonzaso il cavallo sarebbe andato verso casa, Solo là doveva guidarlo verso le botteghe dove doveva scaricare, ed il cavallo quello non lo poteva sapere.
Cavallo e carro procedevano tranquilli, si sentivano le ruote crocchiare sopra i sassi della strada. Gli uomini si erano gettati sulle spalle il telo cerato del carro e se ogni tanto Borra non avesse chiesto qualcosa, i due amici si sarebbero volentieri addormentati.
Borra voleva sapere tutto, troppi viaggi silenziosi aveva fatto, ora saldava il conto. Giovanni e Giuseppe gli dovevano perlomeno dare la soddisfazione di rispondere, vino e chiacchiere erano il pagamento del trasporto.
Saltò fuori che Giovanni era di cognome Slongo, Giuseppe, Dal Zot.
Borra a sua volta disse che lo potevano chiamare Bepi, nel frattempo il carro si fermò, il cavallo lo fece spontaneamente davanti all’osteria di Arsiè. Lo stesso locale era osteria e bottega di generi alimentari.
Un lungo bancone serviva sia per la vendita degli alimentari che per la mescita dei vini. Due tavole accoglievano i bevitori ed i giocatori delle carte. Un forte odore di sigaro, trinciato forte, grappa e vino si fondeva insieme in una nuvola di fumo acre.
Bepi volle scaricare prima la merce dal carro. Tirava un po’ alla lunga solo per pregustare ed avere, lasciando passare qualche minuto, un piacere più intenso nel trovarsi poi, davanti al bicchiere ricolmo di vino, oltretutto offerto, assaporandolo così fino in fondo da consumato intenditore.
Il vino era veramente buono, ottimo, veniva dalle vigne di Fonzaso, quelle più alte, le ultime, là dove iniziavano le crode che a strapiombo, reggevano il monte Avena.
- Com’è il vino in Prussica?- Chiese Bepi.
- Come il nostro,- risposero.- Noi siamo in un territorio montagnoso, confinante con la Polonia, l’altitune è circa quella di Faller, anche se siamo più ad Est, il clima è lo stesso, a noi sembra proprio di essere sull’altopiano di Sovramonte e questo ci è di conforto, ci fa pesare meno al distacco dal paese-.
Dopo il secondo bicchiere Borra divenne loquace, anche Giovanni e Giuseppe non si facevano pregare per raccontare le loro esperienze. Il carrettiere trasportatore, sempre più curioso, chiese che piante erano quelle negli zaini: Ornamentali o da frutto?
- Diglielo tu Giovanni,- disse Giuseppe,- io ho ancora il bicchiere pieno-.
Giovanni era più loquace e comunicativo, Giuseppe più riflessivo, amava i silenzi che gli permettevano di raccogliersi nei suoi pensieri, i due si compensavano ed erano come fratelli.
Giovanni allora raccontò, ma non diede subito la risposta alla domanda: a lui piaceva girarci intorno, suscitare curiosità, d’altra parte gli avventori dell’osteria erano attenti, conquistati da quella strana coppia di amici giunti da lontano. Quattro avevano smesso di giocare a briscola. Due donne non si decidevano ad uscire, attendevano curiose che quegli uomini iniziassero a raccontare
A questo punto Giovanni, controllata la platea e sembratagli sufficientemente numerosa, raccontò: - I primi tempi in Prussia non avevamo lavoro, dormivamo, io e Giuseppe in un fienile, meno male che era primavera avanzata, la cosa più grave era il cibo: quei contadini erano bravi ma non potevamo pretendere che ci dessero pure da mangiare. Bene, sapete cosa mangiavamo? Mele, mele per quindici giorni e qualche patata che ci offrivano loro. Le mele le trovammo sotto il fieno e ci sentiamo ancora in colpa per averne mangiate in abbondanza, ma ce n’erano talmente tante…
Dovete sapere che in quella zona erano tutti francesi, dicevano che erano discendenti degli ugonotti, ventimila francesi scappati dai loro paesi per una questione religiosa che io non ho ancora capito. Era brava gente e laboriosa, per questo fu accolta dalla Prussia poco più di cent’anni fa.
Ma noi parlavamo di fame e di mele, si, le mele ci hanno alimentato e ci hanno dato sostentamento, oggi malgrado tutto, stiamo bene con il lavoro e torneremo dentro in primavera, la ferrovia ci aspetta!
Ah, le piantine dentro i nostri zaini? Sono meli, meli Prussiani! Speriamo attecchiscano a Faller, il terreno e l’altitudine sono uguali, desideriamo ricordare in futuro, noi ed i nostri figli e nipoti, ricordare una terra che anche nei brutti momenti, agli emigranti affamati, quella terra ha donato un suo frutto, la mela. La “mela Prussiana”, così la chiameremo!-
Giuseppe era a dir poco sbigottito dalla eloquenza di Giovanni e gli raccomandò: -Fatti prete, è un po’ tardi ma parli così bene che ci riuscirai.-
I bevitori, i giocatori di carte, le donne, la famiglia del proprietario, tutti erano rimasti muti. Una donna, la più anziana disse: Che Dio vi benedica e protegga e faccia crescere bene le vostre piantine di mele, bravi Falarot.-
Borra si sporse a guardare il sole, era pomeriggio,- le due o le tre - disse –andiamo, fra un’ora saremo a Fonzaso, vi porterò verso la chiesetta di Santa Giustina sulla Claudia Altinate.-

Tutti salutarono, il cavallo nitrì contento pregustando il calduccio ed il riposo nella sua stalla.
Si addormentarono tutti e tre, quando Nane giunse a Fonzaso, in piazza Nogarè, finita la Fenadora, si fermò di botto, così faceva quando il padrone dormiva.
-Heee, bravo Nane andiamo in piazza Angeli a scaricare -disse Bepi,- poi accompagniamo queste due brave persone verso la “ceseta de Santa Giustina”.- Così fece e noi là li abbiamo lasciati stanchi e sudati, oltre il Col Bel.
Giuseppe e Giovanni continuarono il loro cammino, zaino in spalla e valigia alla mano, se all’inizio della salita mettevano spesso la valigia a terra per riposarsi, stranamente, continuando a salire, sempre meno si riposavano, l’ultimo tratto lo fecero quasi di corsa tanta era la gioia d’arrivare a casa. Abitavano vicinissimi, il cortile era comune, qualche capra e pecora addossate ai muri di casa o sotto i piol dormivano o brucavano alcuni dimenticati ciuffi d’erba.
Giuseppe bussò alla porta di casa sua, Giovanni urlò il nome della moglie e dei figli, forse precedette il bussare di Giuseppe, le due famiglie uscirono nel cortile, non ci furono effusioni, solo occhi lucidi di pianto. Gli abbracci sarebbero avvenuti più tardi, a letto, sui sacconi dei cartocci delle pannocchie.
Le piante crebbero sane e rigogliose, non tradirono le aspettative dei nostri amici, dopo qualche anno si moltiplicarono, Giuseppe e Giovanni nei loro viaggi portarono altri innesti ed altre piante delle stesse mele, così si rinforzarono.
Il solito Giovanni annunciò a molti paesani che i pronipoti avrebbero festeggiato il centenario di quell’avvenimento, ed altri ancora, quel fatto sarebbe stato importante per il paese.
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L’estate scorsa, mentre salivo da Faller a Cima Loreto mi sono seduto a riposare sotto una pianta di mele, non sapevo nulla di queste storie, mi addormentai con la schiena appoggiata ad un melo, sognai, sognai e vidi uomini laboriosi, emigranti che lavoravano in Prussia, una Prussia che oggi non esiste più, ma la terra e la natura ricordano ancora gli emigranti, le mani di quegli uomini che l’hanno plasmata, dissodata. Il loro sudore ancora fa germogliare i fiori, il sudore degli emigranti
UN GRAZIE A CARBAS FONZASO

La mela di Prussia - Faller di Sovramonte (BL)

 

 

FALLER DI SOVRAMONTE (Belluno) - La mela di Prussia e la gelateria ambulante a quattro ruote.

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FALLER DI SOVRAMONTE (Belluno) – La mela Prussiana è presente tra le valli del piccolo paese di Faller (comune di Sovramonte in provincia di Belluno), da moltissimi anni. Da quando, alla fine dell’800, i minatori del luogo emigrarono in Prussia e ritornarono poi con le famose “calmelle”. Immediatamente la mela divenne importante per la vita e l’economia del paese e dei suoi abitanti perché rappresentava un vero e proprio mezzo di sostentamento. Importante prodotto di scambio con le comunità limitrofe. Mele Prussiane in cambio di grano, granoturco e altri prodotti della terra. Oggi, come allora, si è riscoperto il grande valore di questi frutti e molte famiglie del luogo si sono impegnate per il ripristino delle sue tradizioni, tanto da realizzare un vivaio a cultura biologica. E’ una mela di nicchia, prodotta in quantità limitatissima. La pianta fiorisce alla fine di maggio, mentre il frutto matura a settembre. Non teme il clima invernale e le possibili gelate primaverili. Pianta tenace, forte, elegante. Larga e schiacciata alle estremità, dal colore lucido e che sfuma tra il rosso e il giallo. Profumo intenso, inconfondibile. La mela Prussiana è inserita a pieno titolo nella “carta qualità” del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Importante la «Fiera della Mela Prussiana» che si svolge la quarta domenica di ottobre a Faller di Sovramonte. Ottima per la preparazione dei gelati artigianali, prodotti dal mastro gelataio Devid Moretton, un trentunenne di Faller, il quale da quattro anni gira per i paesi dell’Alto Bellunese e, come in questi fotogrammi scattati nella frazione di Mis (comune di Sagron-Mis in Trentino-Primiero), vendendo a bordo del suo furgone degli ottimi gelati ai frutti di bosco. Gusti alla mela Prussiana, alla noce Feltrina, al miele di montagna, alla nocciola, ai frutti di bosco, al sambuco e molti altri ancora, tutti rigorosamente da agricoltura biologica. Altro che gelati industriali ! Questi gelati hanno un sublime sapore naturale, oltre a dei gusti introvabili anche nelle più blasonate gelaterie cittadine. Info: Azienda Agricolo Biologica Faller di Sovramonte (BL) Tel.  0439-799979 – 301730 - Cell. 339-1376018. 

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mela prussiana  il miglior succo 29 settembre 2009 xl fiera di udine  1 premio

 

nelle foto: la mela di Prussia e la gelateria ambulante